|
|
|
L'approccio di S. Pietro Celestino
con il monachesimo |
|
Nel 1215 in Isernia,
penultimo di dodici figli di modesti agricoltori, nasceva Pietro,
che fu chiamato Pietro da Isernia, fino a quando non ebbe fondato
la famiglia monastica dei Celestini, e poi Pietro del Morrone,
fino a quando non fu incoronato Papa, e poi Celestino V, fino a
quando non fu venerato sugli altari come San Pietro Celestino.
Alto di statura,
robusto di corpo, allegro e vivacissimo di aspetto, dolce e
attraente, Pietro fu accolto nell’abbazia benedettina di Santa
Maria in Faifoli. Giunto ai vent’anni e ormai ben preparato in
lettere e storia, fu avviato verso Roma per intraprendere gli
studi teologici e il sacerdozio.
Ma, il giovane, che
aveva nell’animo un ascetico desiderio di vita eremitica, deviò
dal suo cammino e si ritirò sul brullo e selvaggio Monte Palleno,
dividendo il tempo tra la preghiera, lo studio e il faticoso
lavoro dei campi. Visse così per circa tre anni, agitato dal
rimorso per aver interrotto il viaggio verso Roma e tuttavia
sempre dubitando d’essere degno della vita sacerdotale.
Raccoltosi un giorno
nella quiete della sua mente e postosi a considerare che tutte le
cose o la fortuna non durano più della vita, Pietro s’intrecciava
tra il pensare che sua madre aveva ricevuto in sogno
l’incoraggiamento ad avviarlo verso la vita religiosa e il
considerare che il fondatore dell’Ordine benedettino aveva sempre
giudicato se stesso indegno di celebrare la Messa. Viaggiando tra
quei pensieri, Pietro era scivolato nel sonno e aveva sognato il
vecchio abate che gli era stato di guida nei primi anni di vita
monastica:
«Pietro, non
esitare; dovrai dir Messa, né tralasciare mai di farlo. Non
pensare, come il nostro santo maestro, di esserne indegno,
poiché, certo, nessuno di noi in realtà ne è degno. Eppure
Cristo vuole che il suo sacrificio si rinnovi ogni giorno nel
nostro pensiero. Vai avanti, non fermarti».
Pietro andò avanti,
raggiunse Roma, completò la propria preparazione e ricevette
quindi l’ordinazione sacerdotale.
|
|
 |
|
La
facciata della Basilica
di S. Maria di Collemaggio |
|
|
|
PIETRO L'EREMITA |
|
Negli anni romani,
Pietro era stato parte d’una realtà del tutto imprevedibile. La
capitale della cristianità era malandata nell’aspetto e nel
costume. Rovine grandiose e miserabile sporcizia facevano da
sfondo alla sofferenza quotidiana del popolo e alle sanguinose
lotte dei potenti. Gregorio IX e Federico II si sfibravano
reciprocamente negli ultimi episodi della massacrante lotta
combattuta per affermare la supremazia del papato sull’impero e
viceversa.
Pietro volle tornare
tra la sua gente, ritirandosi in una grotta sul Monte Morrone. Da
lí, assisteva e confortava con la sua parola e le sue cure i
pastori, i boscaioli e tutti gli umili abitanti delle vallate
circostanti.
La fama della sua
bontà e della sua austerità di vita si diffuse ben presto ovunque,
proponendo un modello che era di salutare conforto per le
moltitudini oppresse dalla povertà e dai soprusi.
La speranza d’una luce
a cui aggrapparsi nelle tenebre dell’incertezza e
dell’inquietudine accendeva d’entusiasmo sopra tutto i giovani,
molti dei quali raggiungevano Pietro per farsi suoi discepoli e
compagni.
|
|
 |
|
Le
spoglie di
S. Pietro Celestino |
|
|
|
|
|
|
Rigoglio della famiglia celestina |
|
Fondata la grande
Badia Morronese presso Sulmona e vedendo accrescersi i compagni
come i pellegrinaggi e i fedeli, Pietro avvertì nostalgia delle
selve solitarie e dei monti inaccessibili, tanto familiari al suo
spirito ascetico e alla semplicità del suo costume di vita.
Costantemente
sollecito in consigli e soccorsi alla gente delle sue montagne,
s’incamminò verso la Maiella, nuovamente cercando il silenzio e il
raccoglimento.
Moltiplicando eremi e
monasteri, in Italia e Oltr’Alpe, e curando l’istruzione e la
moralità dei compagni, Pietro avvertiva la necessità di un assetto
stabile per la sua ormai vasta famiglia monastica, alla quale
aveva dato una disciplina assai più rigorosa della Regola in quel
tempo seguita dalla generalità dei Benedettini.
Tuttavia,
l’approvazione di un nuovo Ordine sembrava impossibile, perché fin
troppi ne esistevano e la Chiesa intendeva procedere a sopprimerne
parecchi, tra i quali figurava anche la famiglia religiosa
formatasi intorno all’eremita del Morrone. L’imminente Concilio di
Lione avrebbe dovuto pronunciarsi, tra l’altro, proprio su quell’argomento.
Pietro volle recarsi
al Concilio, per esporre personalmente le sue idee e ottenerne
l’approvazione canonica. Con due soli compagni, partì a piedi
dalla Maiella. Né le nevi, né il gelo, né le strade quasi
impraticabili, né i banditi che infestavano monti e valli
arrestarono quella faticosa avanzata.
|
|
|
|
|
|
|
Pietro al Concilio di Lione |
|
Dopo quasi tre mesi di
cammino, Pietro e i due compagni arrivarono a Lione a metà
Febbraio del 1274. Vennero accolti e assistiti dai Cavalieri
Templari, i quali erano allora al culmine del prestigio e della
potenza che di lí a quarant’anni sarebbero state fonti della loro
sanguinosa cancellazione dal corso della storia del mondo.
Pietro ottenne udienza
da Papa Gregorio X. L’accoglienza del Pontefice risultò
stupefacente per la moltitudine dei presenti: cardinali, prelati e
cortigiani, fasciati di stoffe preziose e avvolti nelle spire dei
loro sofisticati ragionamenti politici, osservavano sbalorditi una
scena che sembrava la ripetizione di quanto si diceva fosse
accaduto 65 anni prima a Roma, tra Papa Innocenzo III e Francesco
d’Assisi.
L’umile saio di
grossolana lana bianca che vestiva un corpo slanciato e magrissimo
avanzava con sicurezza nella sala delle udienze, lungo il sentiero
tracciato dagli sguardi con cui gli occhi di Gregorio X e di quel
frate sconosciuto si fissavano in splendente reciprocità.
Ai piedi del trono
papale, gli occhi di Pietro s’abbassarono fino a toccare il
pavimento sul quale il frate venuto dai monti dell’Appennino s’era
inginocchiato.
Gregorio X si solleva
dal trono, spandendo un’onda di attonito silenzio nell’aula
vociante, scende lentamente i gradini, si china verso il frate,
gli prende le mani tra le sue, lo solleva, lo abbraccia, poi fa un
passo indietro e torna a fissare con i suoi occhi quelli di
Pietro: «Pietro, di’ Messa per tutti noi... Dio sa se ne sei
degno».
|
|
|
|
|
|
|
L'avventuroso ritorno in
Abruzzo di Pietro |
|
Petro fu ammesso a
esporre la Regola del suo Ordine davanti il Collegio dei Cardinali e
riuscì a ottenere quell’approvazione che sembrava impossibile.
Subito dopo volle
avviarsi verso le sue montagne. Gli furono offerte comode
cavalcature e una scorta per il viaggio. Pietro rifiutò, ritenendo
sé e i due compagni del tutto al sicuro sotto la protezione celeste.
La primavera fioriva
lungo il cammino di ritorno attraverso le Alpi e gli Appennini.
Seguivano i tre compagni un sentiero solitario e deserto, tra i
boschi della Toscana, allorché vennero affrontati da un gruppo di
masnadieri.
Furono derubati del poco
che avevano e minacciati di tormenti e morte.
Nessun aiuto era in
vista, né si poteva pensare ad alcuna possibilità di scampo. L’animo
dei viandanti era turbato per il pericolo incombente e tuttavia
sereno per via della profonda fiducia nella salvifica bontà della
loro missione.
Improvvisamente, giunse
il provvido e risolutivo soccorso: con clamoroso impeto, numerosi e
grossi serpenti scaturirono dal suolo, spaventando gli scellerati
assalitori e volgendoli in fuga inarrestabile.
|
|
|
|
La fondazione di Collemaggio |
|
Proseguendo il viaggio,
Pietro e i suoi compagni passarono per L’Aquila. L’estate era alle
porte. La notte prima d’entrare in città dormirono in una piccola
chiesa, dedicata a Santa Maria dell’Assunzione, che sorgeva dove ora
s’innalza la Basilica di Collemaggio.
In quella notte
d’estate, Pietro vide vivere nel sogno l’immagine della Madonna
dipinta nella chiesetta.
Maria gli domandava di
mostrarsi riconoscente per la protezione accordata lungo il viaggio
e a Lione: era suo desiderio che Pietro costruisse, in quel medesimo
luogo, una nuova grande chiesa, della quale gli suggeriva il
disegno.
Pietro coltivò
accuratamente il progetto con cui intendeva esaudire la richiesta
della Madonna: nel 1281 riuscí ad acquistare il sito su cui
sarebbero sorte la chiesa e l’abbazia per i suoi monaci.
Avviò la raccolta dei
fondi necessari per la vasta costruzione e ottenne dal Vescovo dei
Marsi indulgenze a beneficio di chiunque avesse devoluto alla
fabbrica di Collemaggio il frutto dello spoglio di armi, denari,
vesti e gioielli dei caduti nella grande battaglia che era stata
combattuta a Tagliacozzo tra gli eserciti di Corradino di Svevia e
Carlo d’Angiò.
Finalmente, il 25 Agosto
del 1288, con una solenne concelebrazione di otto vescovi, il primo
nucleo del meraviglioso gioiello schiudeva le sue porte per
accogliere nei secoli le preghiere di tutti gli uomini di buona
volontà.
|
|
|
|
L'elezione papale |
|
Il 4 Aprile del 1292,
con la morte di Papa Niccolò IV, si apriva al vertice della Chiesa
una lunga stagione di vuoto. Il Collegio dei Cardinali vagava
inconcludentemente tra Roma, Civitavecchia e Rieti e infine si
radunò a Perugia.
Circolava in mezzo alla
gente l’eco della profezia di Gioacchino da Fiore:
«Dopo che la Sedia
era da due anni vacante, papa sarebbe fatto, nel giorno di
penitenza e di gloria, chi fosse venuto dalla selva e dal duro
monte Appennino, scalzo, cibato d’erbe, avendo contemplato le
nevi, levatosi in eterni pensieri».
Dopo ventisette mesi,
finalmente, il 5 Luglio del 1294 il nuovo Papa veniva scelto; mentre
tutte le campane di Perugia sonavano a festa e la gente affollava
gioiosamente le strade, Giovanni Latino Malabranca, Cardinale
decano, dava solenne lettura della risoluzione del Sacro Collegio:
«Finalmente tra
noi, all’improvviso, fatta menzione del venerabile fra’ Pietro del
Morrone, uomo celebre per santità, tutti che eravamo allora
presenti, alla persona di lui dirigendo l’intuito dell’attenta
considerazione, in esso, quasi divinamente ispirati, non senza
profluvio di lacrime, senza che nessuno discordasse,
acconsentimmo.
Noi devotamente
riceviamo il medesimo fra’ Pietro, benché assente, in nostro e
della Universa Chiesa Vescovo e Pastore».
|
|
|
|
La Rinuncia |
|
Pietro, che a malincuore
aveva accettato di farsi carico del governo della Chiesa, volle che
la consacrazione papale si celebrasse davanti la sua chiesa aquilana
di Collemaggio, il che avvenne nel radioso mattino del 29 Agosto del
1294, presenti il Re di Napoli, Carlo II d’Angiò, il Re d’Ungheria,
Carlo Martello, e una moltitudine festante di fedeli accorsi da
tutta l’Europa.
Papa Celestino si
trattenne all’Aquila ancora per oltre un mese, donando alla città il
miracolo della pacificazione delle fazioni e all’intera cristianità
la straordinaria indulgenza nota come la “Perdonanza”. Resosi ben
presto conto di non possedere le attitudini per districarsi nel
labirintico apparato del potere, non aveva in mente di raggiungere
Roma. Accettò di trasferirsi per qualche tempo a Napoli, ospite
della corte angioina. Quando giunse a Napoli, il suo disegno era
maturo: non gli restava che dare pubblica forma a quella coraggiosa
determinazione di rinunciare al peso del governo della Chiesa che
alcuni avrebbero scambiato per viltà. Il 13 Dicembre del 1294, dopo
appena cinque mesi dall’elezione, convocava il Collegio dei
Cardinali.
«Io, Celestino, mosso
da ragioni legittime, per bisogno di umiltà, di perfezionamento
morale, e per obbligo di coscienza, come pure per indebolimento
fisico e infermità, per difetto di dottrina e per la cattiveria
del mondo; Al fine di recuperare la pace e le consolazioni del mio
precedente modo di vivere; Con tutto l’animo e liberamente mi
dimetto dal Pontificato».
|
|
|
|
S. Pietro Celestino: una gloria
che non tramonta |
|
Separatosi dalla vita
terrena il 19 Maggio del 1296, proclamato santo il 5 Maggio del
1313, Celestino riposa nella Basilica di Collemaggio dal 1327.
All’indomani della sua scomparsa dalla scena del mondo, cosí scrisse
Francesco Petrarca:
«Io considero
l’operato di Celestino come quello di uno spirito altissimo e
libero che non conosceva imposizioni, di uno spirito veramente
divino. Pur al culmine della sua potenza, nella sua augusta e
papale dimora, pensando all’angusta stanzetta da eremita, visse
umile nel potere, solo tra la folla, povero tra le ricchezze. Oh
magari fossi vissuto con lui!
«Fra tanti solitari, con lui solo particolarmente avrei bramato
vivere, perché in nessun altra occasione il mio desiderio è stato
piú vicino alla cosa desiderata. Non è grande l’intervallo che ci
divide: bastava che egli ritardasse - o che io mi affrettassi - di
poco, e avremmo percorso di pari passo il cammino di questa vita,
che egli percorse con i nostri padri.
«Lo deridano pure, quelli che lo videro: per loro lo squallido
spregiatore delle ricchezze e la santa povertà apparivano vili, di
fronte al fulgore dell’oro e della porpora. A noi sia concesso di
ammirare quest’uomo, di porlo fra i pochissimi, e di considerare
una disgrazia il non averlo veduto, mentre il vederlo sarebbe
stato per noi un gran guadagno, e avrebbe potuto fornire un
esempio efficacissimo a chi affronta le difficoltà di una vita più
ardua. Del resto, la fama di cui ora gode e la santità di cui è
circondato il suo nome costituiscono un premio per chi lo loda e
un rimprovero per chi lo disprezza».
|
|
|
| |
| |
|
| |
|
|
|