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Un po' di Storia

La Basilica di Santa Maria di Collemaggio, la cui facciata costituisce il massimo capolavoro dell’arte abruzzese d’ogni tempo, è stata fondata nella seconda metà del sec. XIII ma il grosso delle sue vicende costruttive ha seguitato a fiorire ininterrottamente nell’arco di tutto il Trecento, per proseguire poi con alterne vicende fino ai giorni nostri mediante rifacimenti, ristrutturazioni, trasformazioni e restauri derivanti da terremoti, mutamenti del gusto e quant’altro. Il risultato di un cosí complesso e intricato procedimento è uno straordinario intreccio d’architettura e arti decorative che trova i suoi vertici espressivi nei fondamentali capisaldi romanici e gotici ma che annovera episodi non secondari d’impianto rinascimentale e barocco nonché degli ultimi due secoli.

Poco si potrebbe comprendere della multiforme ragion d’essere e della sfolgorante esteriorità della Basilica se non si tenesse conto delle vicende storiche e spirituali di San Pietro Celestino, che ne fu il fondatore e che, con il deposito dei suoi resti mortali, ne costituisce la gemma piú preziosa nonché l’attrattore fondamentale, per via della sua perdurante fama di grande taumaturgo e della straordinaria indulgenza della “Perdonanza”, da lui stesso istituita. È dunque in primo luogo il percorso di vita e di pensiero di San Pietro Celestino che qui mette conto di venir tratteggiato.

 

 

 

La Basilica con l'adiacente
edificio conventuale


Il secolo di Celestino

Il 19 Maggio del 1296, Celestino V, unico papa dimissionario nell’arco dei due millenni di storia della Cristianità, si separava dalla vita terrena.

Sullo sfondo dei conflitti tra l’Occidente cristiano e l’Oriente islamico, di devastanti pestilenze e delle immagini mirabolanti che Marco Polo e altri viaggiatori raccontavano a proposito della potenza e degli splendori degli imperi dell’Estremo Oriente, l’Europa medioevale vedeva sorgere, dalle rovine di quello che era stato l’impero romano, gli stati e le lingue nazionali, mentre prendevano consistenza le prime radici del pensiero moderno.

Perfino la memoria del grande stato continentale di Carlomagno era ormai dissolta da tempo, come spento era il sogno della comunità in cui Re Ruggero vagheggiava di unire dalla Palermo normanna i cristiani, gli ebrei e i musulmani del Mediterraneo.

Erano le utopie spirituali a soffiare sulle appassite coscienze dell’aristocrazia feudale e sulle inquietudini delle masse di diseredati. Il secolo s’era aperto all’insegna della rivoluzionaria predicazione di Francesco d’Assisi e si concludeva con il sogno del magistero serafico di Celestino V.

Ovunque, infaticabilmente s’aggiravano eserciti a caccia di bottini, cavalieri erranti, intraprendenti mercanti e monaci sognatori, mentre le voci, i liuti, i flauti e i tamburi di menestrelli e trovatori impastavano di sonorità provenzali e mediterranee i mercati, le corti e i più sperduti sentieri dell’Europa.

 

 

 

Le spoglie di
S. Pietro Celestino


I Celestini

Per l’asprezza del territorio e il carattere severo degli abitanti, l’Abruzzo e il Molise hanno alle spalle una tradizione di difficile apertura verso le novità e tuttavia esse furono tra le prime regioni italiane ad abbracciare il cristianesimo: gli ideali di vita e il rigore morale della nuova religione vi avevano trovato largo seguito, fin dai tempi apostolici, quando l’Impero di Roma ancora splendeva in tutta la sua potenza.

I devastanti rivolgimenti del successivo millennio non intaccarono la vocazione di quei sobri montanari, molti dei quali trovavano proprio nell’ascetismo una via d’uscita dalla generale durezza delle condizioni di vita.

Gli eremi e i monasteri disseminati sulle montagne furono per secoli gli unici presidî di serenità e umana solidarietà, tra il feroce dilagare delle invasioni straniere, del banditismo e degli scontri tra avverse fazioni.

Gran parte di quei luoghi di preghiera e di assistenza ai viandanti erano opera di generosi sognatori, che vivevano ai margini dell’ufficialità della Chiesa e praticavano versioni spesso estremizzate delle rigorose ispirazioni gioachimite, benedettine e francescane.

La più vasta e rigogliosa famiglia monastica in cui l’ascetismo degli abruzzesi e dei molisani aveva trovato aggregazione organizzata fu quella che andò irradiandosi, intorno alla metà del Duecento, dalla Badia dello Spirito Santo di Sulmona per iniziativa di Pietro Angelerio, il futuro Papa Celestino V.

I Celestini, come quegli intrepidi frati medioevali sarebbero stati successivamente chiamati, s’ispiravano alla regola di San Benedetto ma affondavano le loro idealità anche nel messaggio spirituale con cui Gioacchino da Fiore aveva additato la speranza che l’umanità stesse finalmente avviandosi verso un’età di pace, verso l’avvento del Regno di Dio.

Era l’utopia dell’età dello Spirito: senza Chiesa, senza Stato, senza sopraffazioni dell’uomo sull’uomo, basata sull’eguaglianza, la sobrietà, l’umiltà e l’amorevolezza della comunità universale e sulla generosità e la solidarietà nei rapporti umani.

 

 


L'utopia del Regno di Dio

Ignazio Silone ha intuito che proprio l’utopia del Regno di Dio, nell’offrire una visione riassuntiva della crisi spirituale del Medioevo e della straordinaria avventura celestiniana, delinea assai meglio d’ogni altra spiegazione il carattere tuttora predominante della gente dell’Abruzzo e del Molise:

«Il mito del Regno non è mai scomparso dall’Italia meridionale, questa terra di elezione dell’utopia. Anche se nel corso della storia l’utopia si è manifestata nelle nostre regioni sotto denominazioni diverse, non può esservi dubbio sulla sua continuità».

Perciò, Silone, pensando a Celestino e alla tumultuosa stagione del suo magistero umano e spirituale, ma anche alla perdurante attualità del suo pensiero, immagina una sostanziale continuità della tradizione culturale che dal Medioevo s’estende fino a questo nostro inquieto approccio con il terzo Millennio:

«Se l’utopia non si è spenta, né in religione, né in politica, è perché essa risponde a un bisogno profondamente radicato nell’uomo. Vi è nella coscienza dell’uomo un’inquietudine che nessuna riforma e nessun benessere materiale potranno mai placare. La storia dell’utopia è perciò la storia di una sempre delusa speranza, ma di una speranza tenace».


 

 

 


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